Il primo limite è industriale: se le imprese aggregate non sono realmente complementari e il piano consiste soprattutto nel ridurre costi, la combinazione non costruisce una piattaforma ma concentra vulnerabilità. Il secondo è finanziario: quando il servizio del debito assorbe il cash flow necessario a R&S, industrializzazione e capitale circolante, la struttura penalizza proprio le variabili che rendono competitiva un’impresa spaziale.
Il terzo limite riguarda l’autonomia commerciale. Se Bromo resta il cliente dominante e controlla insieme prezzi, standard e volumi, una società più grande può rimanere sostanzialmente dipendente. Lo stesso vale se il fondo può trasferire IP o chiudere siti senza un presidio di governance coerente con tecnologie e capacità finanziate anche da programmi pubblici.
Infine, il buy-and-build non può sostituire workshare, design authority o domanda. Può rafforzare la filiera e migliorarne la bancabilità; non può compensare una scelta industriale che sposta altrove il centro del prodotto, le grandi commesse e la relazione con il cliente. È uno strumento complementare alla politica industriale, non un’alternativa ad essa.
Il private equity è utile quando riduce la dipendenza; è controproducente quando rende più efficiente una struttura che resta dipendente.